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Statuetta femminile, Ca’ di Pra’ Martin, Savignano sul Panaro (Modena)
Paleolitico superiore, Gravettiano, 30.000 anni
Dono P. Graziosi, rinvenuta nel 1923
Serpentino tenero
22,5 x 5 x 6,5 cm
Inv. 108610

Questa statuetta preistorica fu rinvenuta, e donata al padre dell’archeologo Paolo Graziosi, da un operaio che l’aveva trovata scavando le fondamenta di una stalla e la teneva in casa sul camino senza conoscere l’importanza del reperto, usandola, sembra, come schiaccianoci. Le forme armonicamente affusolate, la simmetria tra le due estremità che rendono la figura priva di individualità, rimandano a quegli attributi del corpo femminile che la legano in modo indissolubile a un’archetipica idea di maternità e fertilità.

Dove si trova

Museo delle Civiltà – Museo preistorico etnografico “Luigi Pigorini” – Secondo piano, Sezione Paleolitico.

Sapevi che…

Nell’Archivio per l’Antropologia e l’Etnologia del 1924 l’archeologo Paolo Graziosi, all’inizio della sua carriera, scriveva: “Alcuni mesi or sono in una località prossima a Savignano sul Panaro (Modena) fu rinvenuta e donata allo scultore prof. Giuseppe Graziosi [n.d.r., suo padre] una statuetta litica femminile preistorica… Alcuni operai che scavavano le fondamenta, sulle quali fu costruita una stalla, a circa un metro di profondità rinvennero un grosso blocco di pietra del quale disgraziatamente non tennero alcun conto; al di sotto di questo si trovava la statuetta…”

Quel grosso blocco era collegato alla Venere? Faceva parte di un preciso rituale attraverso cui la statuetta era stata volontariamente sepolta? Poco altro si sa sul suo rinvenimento. Successivi scavi eseguiti nel 1925 dalla Soprintendenza per l’Emilia nell’area del ritrovamento non dettero esiti: rimane tutt’ora l’ipotesi che la statuetta fosse “isolata”.

Per tradizione orale, la storia si arricchisce di alcuni particolari curiosi: l’uomo che l’aveva in casa, tale Olindo Zimbelli, non aveva la minima idea di cosa fosse e pare che, trovata sotto il piccone, l’avesse raccolta solo perché incuriosito dalla strana forma del “sasso”: si dice l’usasse nella sua cucina, tra l’altro, come schiaccianoci. Una discendente dello scultore ci ha narrato che Giuseppe Graziosi la vide là sul camino e se la fece consegnare in cambio di due quintali di uva. Le forme armonicamente affusolate, la simmetria tra le due estremità che rendono la figura priva di individualità, rimandano a quegli attributi del corpo femminile che la legano in modo indissolubile ad un archetipica idea di maternità e fertilità.