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Preistoria ed Etnografia extraeuropea

Preistoria ed Etnografia extraeuropea

Preistoria ed Etnografia extraeuropea

Preistoria ed Etnografia extraeuropea

Museo Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini”

Due percorsi espositivi: al primo piano l’etnografia extraeuropea (Africa, Americhe, Oceania), al secondo piano la preistoria.

AFRICA
Tre momenti storici fondamentali dell’incontro tra Africa e Occidente: la scoperta della costa occidentale con i primi oggetti africani in Italia, l’esplorazione dell’interno del continente con le relative raccolte etnografiche, la scoperta di quella che è stata chiamata arte negra.

AMERICHE
La sezione è dedicata alle culture archeologiche dell’America centrale e del Mondo andino. In allestimento la sezione delle culture sud-americane e dell’area amazzonica.

OCEANIA
Sei sezioni tematiche che spaziano dal rapporto dell’uomo con la spiritualità, con l’arte, con il potere, con gli antenati e con la terra.

PREISTORIA
Le prime due sezioni presentano i diversi aspetti disciplinari della ricerca preistorica e la storia di Homo e il tema dell’evoluzione umana; a seguire, in ordine cronologico, le testimonianze umane dai primi strumenti in pietra alla metallurgia del ferro.

Le origini

Fondato nel 1875 con il nome di “Regio Museo Nazionale Preistorico Etnografico di Roma”. Primo museo nazionale dopo il 1861, viene aperto al pubblico nel 1876 nel palazzo del Collegio Romano.

Secondo le intenzioni del fondatore, Luigi Pigorini, la nuova istituzione nasceva non solo per raccogliere in un museo “centrale”, nella nuova capitale del Regno, la documentazione delle culture preistoriche italiane, europee ed extraeuropee e delle culture delle popolazioni definite “primitive”, ma soprattutto per dare un’impostazione scientifica unitaria agli studi e alle ricerche paletnologiche italiane.

Fin dalla sua fondazione, il “Regio Museo Nazionale Preistorico Etnografico di Roma” svolse una fondamentale funzione di promozione e di coordinamento degli scavi dei siti preistorici italiani. A questi si affiancarono un’intensa e innovativa attività di alta formazione con lo svolgimento, al Museo, dei corsi della prima cattedra universitaria di Paletnologia istituita in Italia e una costante e straordinaria attività di divulgazione scientifica. Tale divulgazione sfociò nella creazione, nello stesso anno di fondazione del Museo, di una delle prime riviste europee dedicate alle discipline preistoriche, il Bullettino di Paletnologia Italiana.

La storia

Il Palazzo del Collegio Romano, edificato alla fine del Cinquecento dalla Compagnia di Gesù, ospitava sin dal XVII secolo il Collegio dei Gesuiti e la loro raccolta di antichità e di curiosità varie messa insieme da Padre Athanasius Kircher.: primo nucleo del Museo voluto dal suo fondatore Luigi Pigorini (1842-1925).

Tra il 1975 e il 1977 il Museo Nazionale Preistorico Etnografico viene trasferito nel Palazzo delle Scienze all’Eur, per lasciare i locali del Collegio Romano al nuovo Ministero per i beni culturali e ambientali. In questa sede conserva la sua originaria organizzazione in due settori: uno dedicato alla Preistoria e uno all’Etnografia extraeuropea.

In seguito alla divaricazione scientifica e accademica tra paletnologia ed etnoantropologia, verificatasi già nei primi due decenni del Novecento, il dispositivo messo in campo dal Pigorini della comparazione tra “primitivo” preistorico e “primitivo” etnografico, si sarebbe tuttavia inceppato. Il colmo della progressiva crisi degli originari fondamenti museologici dell’Istituto, iniziata al Congresso di Etnografia Italiana del 1911, venne raggiunto negli anni ’70, con il trasferimento delle collezioni nell’attuale sede dell’EUR. Il trasferimento segnò infatti la perdita della memoria di ciò che il Museo era stato al Collegio Romano.

La crisi della tradizionale identità istituzionale ha segnato la vita del museo anche per tutti gli anni Ottanta. È con l’avvio della rilettura critica della sua storia che sono emersi molti spunti utili a rilanciarne la missione sociale.

È a partire dai primi anni Novanta, per altro continuando ad attuare interventi conservativi sulle collezioni, che il Museo ha avviato il suo rinnovamento espositivo e al contempo rilanciato i propri compiti comunicativi con il pubblico. Ciò è avvenuto rinunciando a volte ad occasionali progetti di mostre e puntando decisamente all’apertura e/o alla riorganizzazione delle sale espositive permanenti (Preistoria, Africa, Oceania, America), secondo un programma che viene accompagnato da iniziative temporanee tese a supportare le scelte tecnico-scientifiche e a migliorare l’offerta di servizi, sia sul piano della riflessione museografica sia su quel dell’attività didattica.

Le collezioni

Un progetto così ambizioso come la fondazione del Reale Museo Preistorico-Etnografico di Roma, impose a Luigi Pigorini di instaurare, con continuità, rapporti con studiosi ed appassionati collezionisti italiani ed esteri.

Per il settore della Preistoria era necessario delineare un quadro completo delle differenti culture succedutesi nelle varie regioni della penisola in linea con il progredire delle ricerche paletnologiche; per il settore Etnografico si era in un’epoca di grandi viaggi di esplorazione, intrapresi da romantici, mercanti, funzionari, avventurieri, esploratori, artisti, militari, naturalisti.

Le collezioni giunte in Museo in quei primi anni dalla sua fondazione fanno risaltare il significato e il valore dell’opera di questi grandi uomini che, pur provenendo da ambiti di interesse diversi, furono tutti percorsi dalla medesima “curiosità” intellettuale nei confronti dell’Uomo e della sua vicenda.

In questa prima fase degli studi antropologici prevale una certa casualità nella scelta degli oggetti etnografici: l’esigenza di un metodo scientifico verrà avvertita, e quindi teorizzata, solo nel XX secolo.

Fino ad allora la raccolta sul campo si delineava come un’azione quasi meccanica in cui la variegata figura del viaggiatore costituiva il tramite fra il “selvaggio” oggetto di studio e l’antropologo soggetto di studio. Nondimeno, le collezioni etnografiche entrate a far parte del Museo in quegli anni, pur formandosi secondo approssimativi criteri di scelta (dettati dall’intento a raccogliere tutto ciò che si presentava “interessante”, “curioso” ed “esotico”) costituiscono una preziosissima testimonianza delle culture “altre” e una fonte inesauribile per lo studioso moderno.

Le collezioni paletnologiche

Il primo gruppo di materiali venne raccolto grazie a una circolare (n. 458 dell’8/11/1875) dell’allora direttore generale per i Monumenti e gli Scavi del Ministero della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fiorelli, che invitava gli Ispettori degli Scavi e Monumenti del Regno a collaborare alla fondazione del Museo Nazionale Preistorico a Roma inviando una scelta significativa delle “reliquie preistoriche” rinvenute nel loro territorio. Risposero all’appello circa 35 funzionari e grazie al loro contributo il 14 marzo 1876 poté essere inaugurato il nuovo museo.

Nel 1882 il Museo Preistorico ed Etnografico raccolse in eredità i materiali preistorici ancora conservati nel Museo Kircheriano.

Nel corso degli anni successivi il Museo acquisì collezioni italiane ancor più consistenti, necessarie a costruire, nel progetto di Museo di Luigi Pigorini, un quadro completo delle differenti culture succedutesi nelle varie regioni d’Italia.

Anche dopo la morte di Luigi Pigorini, avvenuta nel 1925, il Museo continuò ad ampliare le sue collezioni, anche se in maniera meno costante. Gli incrementi del Museo negli anni successivi si devono a estese campagne di ricerche nel Lazio promosse dal Museo in collaborazione con altre istituzioni.

Nel 1962, anno della mostra della Preistoria e Protostoria del Lazio, nel Museo fu depositato il famoso cranio neandertaliano del Circeo, rinvenuto nella Grotta Guattari nel 1939.

Negli anni ’90 è stato realizzato un incremento straordinario della documentazione dei siti neolitici, tra cui spicca il villaggio oggi sommerso dalle acque del lago di Bracciano in loc. “La Marmotta“.

Le collezioni etnografiche

Un primo nucleo di oggetti, raccolti tra 1635 e il 1680 dal gesuita Athanasius Kircher, provenivano dalle missioni dei Cappuccini in Congo ed Angola e da quelle dei Gesuiti in Cina, Brasile e Canada ed erano allora conservati nel Museo Kircheriano. Al nucleo kircheriano Luigi Pigorini aggiunse le “curiosità esotiche” giunte in Europa dopo la scoperta dell’America e conservate nelle più importanti collezioni dell’Italia settecentesca.

A queste si aggiunsero le raccolte che viaggiatori ed esploratori andavano riportando dai loro viaggi ai quattro lati del mondo tra la fine dell’800 e i primi decenni del ‘900.

I percorsi espositivi

Due percorsi espositivi: al primo piano l’etnografia extraeuropea (Africa, Americhe, Oceania), al secondo piano la PreistoriaAll’interno della sezione Africa un percorso espositivo tematico dedicato alle armi africane antiche nelle collezioni del Museo Pigorini.

Africa

Tre sono i momenti storici fondamentali dell’incontro tra Africa e Occidente, momenti di incontro e spesso di scontro tra realtà così diverse da sembrare apparentemente incomunicabili. Eppure questi contatti hanno fornito un interscambio culturale che ha generato un rapporto mai più interrotto di scambio di conoscenza e, al tempo stesso, l’apprezzamento reciproco dei valori che questi due mondi hanno saputo esprimere.

La scoperta della costa occidentale. Primi oggetti africani in Italia

Agli inizi dell’Età Moderna i paesi europei conoscevano soltanto la parte costiera dell’Africa. I navigatori portoghesi avevano esplorato le coste occidentali del continente in poco più di 50 anni, tra il 1434 e il 1488. Raggiunto il Capo di Buona Speranza, essi avevano aperto la via marittima che proseguiva oltre Zanzibar, in direzione delle Indie. La configurazione interna del Paese restava ancora sconosciuta. I portoghesi si erano limitati a installare una serie di scali costieri che servivano da base per i vascelli mercantili e per l’azione dei missionari cattolici.

Missionari e mercanti del XVI e XVII secolo riportarono dall’Africa alcuni oggetti che apparivano loro particolarmente curiosi e esotici, scegliendo forse quelli che suscitavano maggiore meraviglia per la raffinatezza della lavorazione e per la rarità del materiale impiegato – documenti di un mondo lontano, diverso e sconosciuto per l’Europa di allora.

Gli oggetti confluirono per lo più nelle raccolte d’arte delle corti reali e principesche dell’Europa rinascimentale e barocca, nei tesori delle cattedrali o nelle collezioni di alcuni personaggi eminenti per rango e per cultura. Si trattava di raccolte a carattere enciclopedico, allora riservate ad una ristrettissima cerchia di visitatori, indicate con il nome di Camera delle Meraviglie (dal tedesco Wunderkammer), Cabinet de Curiosité, Studiolo o Museo. Esse costituirono, in seguito, il nucleo di molte delle raccolte museali moderne.

L’esplorazione dell’interno del continente. Le raccolte etnografiche

Fino agli inizi del XIX secolo l’Africa era stata per l’Europa poco più di una linea costiera. L’esplorazione e la conquista dell’interno del continente iniziarono e si compirono nell’arco di un secolo, sull’onda delle prime esplorazioni individuali (Mungo Park, René Caillé, Heinrich Barth) e successivamente delle spedizioni promosse dalle Società Geografiche dei vari paesi europei.

Le vie di penetrazione seguivano spesso i grandi fiumi consentendo così di tracciare la carta idrografica dell’Africa. Il problema del corso e delle sorgenti del Nilo fu risolto per ultimo, tra il 1857 e il 1864, in seguito ai viaggi di Richard Burton, Johll H. Speke e James A. Grant.

La scoperta dell’interno divenne vera conquista coloniale soltanto alle soglie del ’900, quando, dopo il congresso di Berlino (1884), si ebbe la prima spartizione del continente fra le potenze europee.

In concomitanza con la politica di espansione coloniale, nacquero, in Europa e negli Stati Uniti d’America, i grandi musei di Etnografia che raccoglievano e classificavano armi, utensili ed ogni altro tipo di oggetto, come prove del livello evolutivo di quei popoli allora definiti “selvaggi” o “primitivi”.

Gli oggetti conservati nei musei etnografici sono oggi un documento di usanze spesso dimenticate e di tecniche quasi del tutto abbandonate; essi ci illustrano però la mentalità della cultura europea dell’epoca e le differenze nel modo di considerare tali oggetti tra chi li fabbricava e usava e chi li sceglieva.

La scoperta dell’Arte Negra

Agli inizi del Novecento la “scoperta” dell’arte africana influì sul processo di rivoluzione delle arti plastiche che si verificava in quel periodo in Occidente. La particolare organizzazione dei volumi e l’assoluta mancanza di rapporti convenzionali della cosiddetta “arte negra” ispirarono i nuovi modelli compositivi di Picasso, Vlamink, Derain, Braque, Gris e altri. Le loro opere – come nella plastica tradizionale africana – più che rimandare a sensazioni dedotte dall’universo sensibile, si basano sull’organizzazione armonica delle forme in un rapporto di equilibrio che nulla ha a che vedere con la logica estetica di tipo occidentale.

Con le correnti del Cubismo, dell’Espressionismo, del Futurismo e del Fauvismo iniziava così la ricerca di nuove soluzioni formali in aperta rottura con lo stile accademico allora imperante in Europa. Il genio creativo degli artisti africani si esprime in una vasta gamma di materiali e forme. La plastica lignea – maschere e statuaria – resta comunque il contributo più significativo della tradizione artistica africana. In essa, più che in altre espressioni formali, è evidente la sostanziale attinenza che lega, nella realtà africana, linguaggio estetico, pensiero religioso e struttura sociale, in una unità inscindibile che è l’elemento caratterizzante la cultura tribale.

Non tutte le tradizioni africane hanno espresso nella plastica lignea il loro universo concettuale: maschere e statuaria, pur in una vasta gamma di stili e sottostili, sono produzione tipica dei popoli stanziali delle regioni occidentali e centrali del Continente a sud del Sahara.

All’interno del percorso espositivo Africa la mostra “Lo splendore del guerriero. Le armi africane antiche del Museo Pigorini“.

Africa - Lo splendore del guerriero

Le armi africane antiche del Museo Pigorini

Questa esposizione non rappresenta l’Africa. Non l’Africa di oggi. Non l’Africa di ieri.

Questa esposizione può soltanto dare un’idea di ciò che dell’Africa hanno saputo vedere alcuni nostri antenati: quei viaggiatori italiani che presero parte alla esplorazione del continente nell’era precoloniale e quelli che furono attivi nell’amministrazione coloniale italiana.

Molte delle armi qui presentate – quelle provenienti dall’Eritrea, dall’Etiopia e dalla Somalia – richiamano alla memoria la breve esperienza coloniale italiana.

Altre, come quelle raccolte nel Sudan meridionale, lungo il bacino del Congo e, sporadicamente nelle regioni dell’Africa australe, ci rivelano quali fossero le altre regioni africane frequentate alla fine del secolo scorso da singoli italiani:

  • chi attratto dalla famosa ricerca delle fonti del Nilo, chi impegnato come missionario, chi ancora, al soldo di altri governi, arruolato dagli inglesi per la conquista del Sudan meridionale o ingaggiato da Re Leopoldo I per porre le basi dei futuri possedimenti coloniali del Belgio.

Il percorso espositivo

Sono esposte circa 250 armi, selezionate a partire dalle oltre 6.000 attualmente conservate nei depositi della collezione africana del Museo Pigorini. Fabbricate prima della fine dell’Ottocento, le armi provengono dalle collezioni dei primi viaggiatori italiani, raccolte come reperti e bottino dell’esplorazione precoloniale.

Articolato per grandi aree geografiche, il percorso espositivo ricalca altrettanti universi culturali.

La distribuzione geografica rispecchia le vicende dei rapporti tra l’Italia e l’Africa: ad aree di più prevedibile provenienza, come Eritrea, Etiopia e Somalia, si aggiungono il Sudan meridionale, il bacino del fiume Congo e, sporadicamente, la regione dello Zambesi.

Accanto ad alcune armi di fabbricazione persiana, provenienti dal Sudan anglo-egiziano, vi sono le armi dei gruppi bantu del Congo, raccolte in parte da quegli italiani che furono ingaggiati dal Re del Belgio a cavallo del secolo per l’amministrazione dello Stato Libero del Congo.

Da sottolineare i coltelli multipunte da lancio e gli scudi di paglia che proteggono soltanto contro le frecce e contro i colpi di lancia (non contro le armi da fuoco), e i grandi scudi ovali di cuoio dei Masai; ornati di segni che indicano la classe di età, il lignaggio e il valore militare del singolo guerriero, essi ci ricordano le insegne araldiche dei nostri tornei medioevali.

Oltre al livello tecnologico, le armi rivelano anche il grado di raffinatezza artistica e le valenze simboliche di una cultura; esse sono da considerarsi come una inestricabile componente dell’intero sistema sociale e religioso. Le armi africane hanno spesso una valenza non utilitaria, che si esprime in una vasta gamma di forme utilizzate in un contesto politico, religioso o rituale.

A sottolineare il carattere di documento storico degli oggetti, la documentazione visiva si basa su alcune illustrazioni tratte da libri di viaggio del secolo scorso, che descrivono il contesto di provenienza.

I temi espositivi

  • Le armi in Africa in epoca coloniale – Oltre ad essere strumenti per la guerra e la caccia, le armi servivano in Africa a identificare il gruppo di appartenenza del guerriero, denotandone il rango, il valore e la ricchezza: simboli di status sociale e emblemi del potere, indice di opulenza e di accumulo patrimoniale.
  • I berberi del Marocco – In Marocco, l’Islam e la cultura araba si diffusero adattandosi alle culture autoctone, e successivamente accoglieva apporti di origine europea.
  • Il cavaliere del Sudan – I grandi regni sudanesi si convertirono uno dopo l’altro all’islam nella prima metà del secondo millennio. Le altre popolazioni non convertite furono vittime delle guerre sante contro gli infedeli.
  • Il Corno d’Africa – Le culture delle popolazioni del Corno d’Africa riflettono sia gli influssi del cristianesimo sia l’impronta della cultura islamica.
  • Gli emblemi del guerriero pastore – Tra le popolazioni di allevatori, il bestiame costituiva la massima fonte di ricchezza e di prestigio e l’uso delle armi era legato soprattutto alla difesa delle mandrie dall’assalto di animali predatori e dalle razzie di popolazioni vicine.
  • Il bacino del Congo – Gli Azande e i Manbetu sono le due popolazioni del Congo nordorientale più conosciute anche grazie ai resoconti dei primi esploratori italiani (v. Giovanni Miani).
  • Gli stati guerrieri dell’Africa australe – Durante il XIX secolo l’Africa australe fu teatro di numerosi conflitti: guerre, migrazioni di massa, siccità e carestie, schiavismo ed espansione coloniale, ascesa e declino dei regni storici autoctoni.
Americhe

L’esposizione dedicata alle Americhe si riferisce alle culture archeologiche della Mesoamerica, dell’America Centrale, del Mondo andino.

Dopo un discorso introduttivo, riguardante il popolamento del doppio continente americano e l’incontro con i primi europei, avvenimento questo testimoniato in modo tangibile da un idolo dei Taíno, che esemplifica la vicendevole “scoperta” di due mondi lontani e diversi, viene prima di tutto presentato, mediante una selezione ragionata degli oggetti esposti, lo sviluppo storico dell’antica Mesoamerica. Con l’aiuto delle coordinate essenziali per collocare i reperti esposti nello spazio e nel tempo, si può apprezzare così l’evoluzione culturale di quell’ampia area, dall’affermazione degli Olmechi (1700-300 a.C.), attraverso le espressioni artistiche dei Mixtechi, degli Zapotechi, dei Totonachi e dei popoli dell’Occidente, sino ad arrivare ai capolavori dell’arte degli Aztechi (1300-1521 d.C.), come le due maschere e le due impugnature di coltello cerimoniale in legno e ornate di mosaico.
A questa sezione che potremmo definire “antologica” ne segue una “tematica”, in cui si cerca, attraverso l’oggetto, di comprendere il popolo che l’ha prodotto analizzando i “temi forti” di ciascuna cultura. Quindi vengono presentati, oltre ad oggetti che si riferiscono alla vita quotidiana – rappresentazioni di uomini e animali, modellini di templi e abitazioni –, opere relative al rituale funebre, al gioco rituale della pelota, al sacrificio umano, all’autosacrificio e al complesso mondo magico-religioso.
Concludono quest’area due vetrine dedicate alle culture dell’America Centrale, destinate rispettivamente ad illustrare la vita quotidiana e le credenze religiose delle antiche culture dell’istmo.

Il mondo andino

Attraverso un’accurata selezione di oggetti provenienti dai depositi del Museo, consistenti per lo più in ceramiche, tessuti, sculture in pietra e metalli, propri delle culture che abitarono nei secoli il paese andino, si cerca di fornire un quadro, il più possibile aggiornato e coerente, della lunga storia archeologica delle popolazioni delle Ande Centrali. Esse, sfruttando in forma simultanea e complementare le molteplici risorse offerte da un ambiente ricco di zone ecologiche presenti alle varie altezze di un habitat tanto diversificato, svilupparono a partire dal 1000 a.C. con Chavín de Huántar una serie di società contraddistinte da una cultura raffinata, da una ideologia religiosa complessa e da una tecnologia estremamente progredita.

Da Chavín, che riunì sotto il suo credo religioso una vasta parte del territorio peruviano, si passò all’affermazione di alcune culture regionali (200 a.C.-600 d.C.), sia costiere (Moche, Paracas, Nasca) che serrane (Recuay, Pukara), che soprattutto per le loro produzioni artistiche (tessuti e terrecotte) raggiunsero risultati non più eguagliati. A queste, verso il 600 d.C., si sostituì una poderosa società omologatrice, quella di Tiwanaku, il sui centro è posto sulle rive del lago Titicaca, che si espanse su un ampio spazio geografico mediante l’affermazione del suo credo religioso e della sua intensa opera di colonizzazione dei vari “livelli ecologici” che la dissonante geografia del Perù e della Bolivia presentava. Al periodo Tiwanaku fece seguito una nuova affermazione delle culture locali (1000-1450 d.C.), come i Chimú della costa settentrionale, i Chincha di quella meridionale e i cosiddetti “regni aymara”, che si affrancarono sull’altipiano meridionale dall’ormai agonizzante egemonia Tiwanaku, i quali formarono stati dinamici e organizzati, fortemente propensi ad una bellicosità permanente tesa alla conquista territoriale.

L’epilogo di questa lunga storia, che copre un arco che va dal 1000 a.C. al 1532 d.C., quando Pizarro penetrò nell’impero degli Inka, vide questi ultimi protagonisti. Essi, sfruttando sapientemente le precedenti esperienze statali e gli elementi fondamentali e più antichi della cultura andina, seppero fra la metà del 1400 e gli inizi del 1500 unificare politicamente un’area estesissima, che andava, lungo la cordigliera delle Ande, dagli estremi confini settentrionali dell’odierno Ecuador a Nord all’Argentina nordoccidentale e al Cile centrale a Sud.

Questo intricato processo storico è mostrato al pubblico a partire dal momento finale della sua parabola rappresentato dall’irresistibile ascesa degli Inka, la realtà culturale delle antiche culture peruviane. Così, dopo aver presentato la realtà geografica del Perù, saranno illustrate le attività economiche di quei popoli – agricoltura, allevamento, pesca –, la loro società estremamente gerarchizzata, l’attività bellica, le basi ideologiche del loro svolgimento culturale, la religione, le arti, particolarmente la creazione ceramica e la produzione tessile. Un posto rilevante sarà dedicato al culto dei morti, attraverso la presentazione in una vetrina appositamente climatizzata di tre fardos (involucri funerari), circondati dal loro corredo funebre e di alcune urne fittili destinate ad ospitare il corpo di coloro che morivano in tenera età.

In allestimento la sezione delle culture sud-americane e dell’area amazzonica.

 

Oceania

Il termine Oceania indica convenzionalmente un’area della superficie terrestre coperta per la maggior parte dalle acque dell’Oceano Pacifico. Il quinto continente è costituito da migliaia di isole disperse nell’Oceano e dalla grande massa continentale dell’Australia. Le terre emerse sono raggruppate in grandi aree geografiche: la Polinesia, la Micronesia, la Melanesia e l’Australia. L’Oceania è abitata da genti di origini, lingue e culture molto diverse. Il percorso espositivo si articola in sei diverse sezioni tematiche.

Case degli uomini, case degli spiriti

La Nuova Guinea è stata una delle ultime regioni della terra ad essere stata esplorata e tuttora alcuni gruppi delle zone interne hanno contatti molto rari con il mondo esterno. La “casa degli uomini” (haus tambaran) è il centro della vita sociale e religiosa di molte popolazioni della Nuova Guinea. L’accesso a questi edifici è riservato agli adulti di sesso maschile; all’interno vi sono conservanti gli oggetti sacri, le immagini degli antenati e degli spiriti, i crani dei nemici uccisi. La maggior parte delle cerimonie religiose, soprattutto i riti di iniziazione, si svolgono all’interno delle “case degli uomini”. Le haus tambaran sono delle grandi capanne a due piani che possono arrivare fino a 15 m di altezza e a 40 m di lunghezza. L’architettura di questi edifici riflette l’organizzazione sociale e religiosa del gruppo; ognuno dei clan del villaggio ha un suo spazio all’interno della casa degli uomini.

Arte e società

Gli abitanti degli arcipelaghi ad est della Nuova Guinea sono collegati in un complesso sistema rituale di scambi chiamato kula. Nel corso di questi scambi le traversate tra le isole vengono compiute con delle grandi canoe cerimoniali. Queste canoe a bilanciere, lunghe fino a 12 metri, hanno alle estremità delle tavole di legno scolpito e dipinto. La decorazione di queste tavole ha un contenuto simbolico estremamente complesso; i singoli elementi decorativi incisi e dipinti sulle tavole esprimono i valori estetici e quelli associati alla mitologia e al rituale. Le tavole sono opera di artisti che godono di un elevato prestigio sociale.

La competizione per il potere

Nelle società degli arcipelaghi delle Isole Salomone e della Nuova Caledonia la figura di maggior rilievo è quella del “big man”, il capo della comunità. La carica non è ereditaria, ma viene conquistata con una dura competizione basata sulla ricchezza e sul prestigio, sulle capacità oratorie, sull’abilità nella caccia alle teste. L’arrivo degli europei, con l’introduzione delle armi da fuoco e di beni di prestigio, ha alterato il tradizionale equilibrio dei poteri scatenando violenti conflitti tra i capi più ambiziosi.

Il culto degli antenati

Il culto degli antenati è la forma di espressione religiosa più comune tra le popolazioni dell’Oceania. In Nuova Irlanda, un’isola al largo delle coste settentrionali della Nuova Guinea, questo culto assume forme particolarmente rilevanti. Per commemorare i defunti si tengono periodicamente dei cicli di cerimonie (chiamate malagan) che culminano con l’esibizione di danzatori mascherati davanti alle grandi sculture che rappresentano gli spiriti degli antenati e gli spiriti della foresta. La festa è anche un’occasione per rinsaldare i vincoli all’interno dei gruppi di parentela e per aumentare il prestigio e il potere del clan che organizza la cerimonia.

La sacralità del potere

Le società polinesiane, erano divise secondo una rigida struttura gerarchica. Il potere della classe sociale più elevata, l’aristocrazia, era determinato dall’origine divina dei suoi membri e dalla “quantità” di potere divino (mana) posseduto; il capo era colui che possedeva più mana. Il potere divino diminuiva con il passare delle generazioni, e veniva mantenuto con un’accorta strategia matrimoniale tra le persone di rango più elevato. Gli aristocratici esibivano una serie di insegne di rango, costituite da ornamenti, oggetti cerimoniali e tatuaggi che contenevano l’essenza vitale del proprietario ed erano partecipi del suo mana.

L’uomo e la terra

Secondo gli aborigeni australiani tutti gli esseri viventi sono legati al loro territorio le cui caratteristiche morfologiche (le colline, le rocce, le anse dei fiumi, ecc.) sono le “tracce mitiche” degli esseri ancestrali. Questi esseri sono diventati gli elementi del paesaggio nei quali è ora presente il loro spirito. L’individuo e il suo gruppo di parentela hanno quindi un profondissimo legame con il territorio: un vincolo spirituale unisce l’uomo e la terra sin dalla nascita e per sempre. Questo vincolo profondo e inscindibile è rappresentato attraverso le pitture su corteccia, le maschere, gli scudi dipinti e la pittura corporale. La colonizzazione europea ha radicalmente modificato le culture dei popoli dell’Oceania.
In Australia gli aborigeni sono stati costretti ad abbandonare le terre ancestrali e il modo di vita tradizionale; costituiscono attualmente la fascia più povera della società australiana con gravi problemi di disgregazione sociale e alcoolismo. La politica di autodeterminazione avviata in anni recenti ha promosso un coinvolgimento sempre maggiore delle comunità aborigene nella vita politica del Paese e nella gestione della propria autonomia. I popoli della Melanesia hanno mantenuto la vitalità delle loro culture. Le società e i modi di vita sono stati modificati ma non completamente stravolti dal dominio coloniale e dall’attività dei missionari. In Polinesia le culture tradizionali sono state quasi completamente cancellate nel secolo XIX e le popolazioni indigene decimate dalle malattie. Molti degli arcipelaghi polinesiani appartengono a nazioni come gli Stati Uniti, la Francia, l’Australia.

Preistoria

Quando, come, perché. I metodi per lo studio del passato

Una prima sezione che cerca di illustrare, in modo unitario, conciso e stimolante, i diversi aspetti disciplinari della ricerca preistorica.

Il percorso espositivo si svolge su due binari:

  • da un lato, dopo una cronologia storica dei protagonisti della nascita degli studi sulla preistoria, si concretizza in una ambientazione che riproduce, sulla base di modelli in scala reale, diverse situazioni di scavo, con un paleosuolo del Paleolitico Inferiore, un’officina litica di un momento finale del Paleolitico Superiore, uno spaccato di abitato del Neolitico e una capanna dell’età del Ferro;
  • dall’altro lato, il visitatore si trova in una sorta d’ipertesto, ricco d’immagini, strutturato su tre livelli: al livello più alto trovano posto i nomi delle discipline e i concetti di una certa importanza; il visitatore, muovendosi tra le singole parole e seguendo i propri interessi, può giungere al repertorio concettuale della disciplina (secondo livello) e, ancora, ad interessarsi agli esempi di contesti particolarmente significativi (terzo livello).

Homo. La storia naturale

La seconda sezione espositiva tratta il tema dell’evoluzione umana, soggetto di straordinario interesse perché, come recita appunto il sottotitolo, racconta in sostanza la nostra storia.

Certo, non esisterà forse mai alcun museo veramente in grado di presentare al visitatore in maniera compiuta quest’avventura di oltre due milioni di anni, ma i documenti fossili e simbolici presentati in questo spazio espositivo, unico nel suo genere, gli strumenti di comunicazione ed il linguaggio adottati fanno si che difficilmente si potrà lasciare il museo senza aver avuto la sensazione di aver veramente incontrato alcuni dei nostri antichi antenati ominidi.

L’esposizione, continua con le sezioni:

  • Cacciatori e raccoglitori in cui è inserita l’esposizione relativa al Paleolitico. Per suggerire un collegamento diretto col territorio e per rendere la presentazione più omogenea la scelta è stata ristretta a collezioni provenienti da importanti e noti siti laziali. La sala termina con un’area dedicata all’Arte preistorica con le rappresentazioni, realizzate a partire dai gruppi di cacciatori e raccoglitori fino alle popolazioni neolitiche, di animali e figure di donna.
  • Dal villaggio alla città presenta le sezioni relative al Neolitico, all’Eneolitico, all’età del Bronzo e alla prima età del Ferro con un’ampia selezione di materiali archeologici – italiani ed europei – rappresentativi delle principali facies culturali e di diverse tematiche (la nascita dell’agricoltura, la scoperta dei metalli, il sorgere di ceti dominanti, ecc.). All’interno del percorso è stata riservata una sala per la presentazione di materiali egei provenienti, in particolare, da Troia II-V, dalla necropoli di Yortan, minoici (Festos, Haghia Triada), micenei (necropoli di Rodi).
  • Un tuffo nel passato, sezione esterna all’area dedicata alla Preistoria, con le canoe monossili e i materiali provenienti dal sito subacqueo de “La Marmotta” nel lago di Bracciano ad Anguillara (Roma).

Alla fine del percorso espositivo, per far conoscere le diverse collezioni archeologiche italiane ed estere di particolare interesse conservate nei magazzini del Museo, sono state allestite alcune vetrine “a rotazione”.

Perché non troviamo in queste sale i DINOSAURI?

Se avete seguito fin qui il lungo percorso che porta l’uomo da cacciatore/raccoglitore a membro di complesse comunità, avete già la risposta: semplicemente questo Museo si occupa dell’UOMO, i dinosauri vivevano sulla terra 60 MILIONI di anni PRIMA delle comparsa dell’uomo. Possiamo trovare i loro resti solamente nei Musei di Scienze Naturali.