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Il restauro

È formata da due basi in legno: una superiore e una inferiore, provvista di quattro alti piedi a forma di S, anch’essi in legno.
Su ogni base vi è rappresentata una scena:

  • sulla base superiore vi sono dipinte raffigurazioni di scene di vita quotidiana, con personaggi ubicati in varie zone ben precise del dipinto: un personaggio è situato nella barca che sta navigando sul fiume, un altro personaggio è intento a camminare, un altro ancora può essere visto sulla terrazza della pagoda, altri personaggio sono invece posizionati nascosti tra gli alberi;
  • nella base inferiore, vi è la raffigurazione di un albero di pesco, circondato da uccellini in volo.

In entrambe le basi, le varie raffigurazioni risultano danneggiate da una lacca screpolata, criccata e molto lacunosa a causa della cattiva conservazione del reperto.
È possibile intravedere la preparazione del tessuto in canapa, la cenere, il gesso e il disegno a matita del dipinto. Inoltre, sulle balze dei piedi e sui quattro laterali della base superiore ci sono decorazioni raffiguranti rami di fiori e aironi, mentre lungo i piedi è possibile intravedere raffigurazioni di tralci di vitigni. Tutte le decorazioni appena descritte sono state realizzate con incrostazioni in madreperla.

È interessante sapere in questa sede che la tecnica di queste decorazioni si chiama “raden” in giapponese (ra-conchiglia e den-intarsio), mentre in cinese è chiamata “inodian”. Tale tecnica fu usata in Cina nel corso della dinastia Tang, e si sviluppò in Giappone durante il periodo Nara (646-794).
Il termine “raden” viene usato solo per gli intarsi di conchiglia e perle, mentre la tecnica per gli intarsi di avorio o metallo viene¨ chiamata “ziongan” (intarso).

Ci sono vari modi in cui viene prodotto il raden, ed è possibile racchiudere tutte queste tecniche in tre categorie:

  1. Atsugai: con questa tecnica, si ricorre all’utilizzo di grossi frammenti di conchiglia
  2. Usugai: con questo procedimento, i gusci di conchiglia vengono tagliati in frammenti più sottili
  3. Kenma: con quest’ultima tecnica, vengono utilizzati frammenti di conchiglia che risultino il più sottili possibili

Nell’Atsugairaden il guscio viene spesso tagliato con una sega da traforo, rifinito con una lima o pietra da taglio prima dell’applicazione. Nell’Usugairaden i frammenti di guscio più sottili vengono realizzati utilizzando uno speciale punzone. Infine, il Kenmaraden è realizzato in modo simile all’Usugairaden.

I metodi di applicazione sono vari: i pezzi di conchiglia spessi possono essere intarsiati in impostazioni pre-intagliate mentre i frammenti più sottili possono essere pressati in un rivestimento molto spesso di lacca o applicati usando un adesivo (colle naturali) e poi laccati, altri metodi sono il lavaggio acido e la laccatura per produrre degli effetti sulle incrostazioni.
I raden sono combinati molto spesso con la lacca realizzata secondo la lavorazione “makie”, consistente nella tecnica di mischiare la laccatura con metalli preziosi in polvere quali oro e argento e lucidare l’oggetto sino ad ottenere una superficie lucida e liscia. Questa tecnica giapponese nacque intorno al IX secolo.

Il fondo asiatico

I circa 15.000 oggetti che costituiscono il fondo asiatico del Museo delle Civiltà – museo preistorico etnografico “Luigi Pigorini” si devono per la maggior parte ad acquisti e doni di diplomatici, viaggiatori, commercianti, studiosi ed artisti presenti in Oriente intorno alla fine del XIX secolo. Le collezioni principali provengono da Giappone, Cina, Birmania, Tibet, India e comprendono oggetti di culto e di uso quotidiano, vasellame, utensili preistorici e protostorici, bronzi, lacche, armi e armature, strumenti musicali, sculture, tessuti, dipinti, xilografie, libri, fotografie.

Negli anni 1976-77 il Museo fu trasferito dall’originaria sede del Collegio Romano all’attuale sede dell’EUR.
L’imballaggio, a volte estremamente sommario, in casse di legno e di cartone contenenti paglia adottato allora per il trasporto divenne purtroppo una “sistemazione” degli oggetti che perdurò per molti anni. Infatti solo nel 1990 si è potuta iniziare una operazione sistematica di revisione del materiale che, in alcuni casi, ha assunto l’aspetto di un vero “scavo” nel Museo.
Durante la revisione, parallelamente al riscontro inventariale si procedeva ad un’operazione di rilevamento dello stato di conservazione degli oggetti e di primo intervento conservativo mirante ad arrestare i danni che purtroppo si erano verificati a causa di collocazioni inadeguate e di protezioni precarie o inesistenti (rimozione dei depositi di polvere, riassemblaggio provvisorio di elementi staccati, realizzazioni di supporti e di contenitori idonei alla conservazione).

Il rilevamento sistematico della collezione ha permesso l’individuazione di oggetti o classi di materiali con problemi di degrado particolarmente rilevanti sui quali intervenire con un restauro vero e proprio.
Il criterio guida che ha determinato le priorità di intervento è stato quello di privilegiare i materiali sui quali il primo intervento conservativo risultasse insufficiente o addirittura impossibile per il tipo o l’entità dell’alterazione in atto.
La collezione orientale, che, per quanto riguarda i manufatti di origine organica che presentavano in molti casi problemi di biodeterioramento, è stata sottoposta a trattamento di disinfezione/disinfestazione con ossido di etilene, è oggi conservata in depositi differenziati: i materiali più delicati quali i dipinti e/o stampe su carta e seta, i tessuti, i volumi cartacei, sono conservati in ambiente climatizzato a 18°C e 50% di umidità relativa; gli altri, in particolare pietre dure preziose o semipreziose, oggetti e sculture in metallo, ceramica, porcellana sono collocati in depositi interni il cui clima, monitorato per lungo periodo, è risultato accettabilmente costante.

Fra i molti oggetti restaurati dal 1990 al 2020 e conservati all’interno di adeguati depositi, uno in particolare ha suscitato in me oltre alla curiosità di sapere come era in origine anche una sfida nell’intervento da effettuare. Le condizioni di degrado come descritto sopra erano veramente disastrose per questo l’approccio nell’ intervenire non era alquanto facile.
Studiando le alzate, all’interno della collezione e la loro complessità di manifattura ho potuto effettuare così un’attenta analisi sulle metodologie dì intervento che sarei andata a eseguire sul manufatto.

Conosciamo la lacca

La lacca: materiali e tecniche

La lacca è una Gommoresina che ha la proprietà di indurire all’aria rendendo le superfici lisce e brillanti, trasparenti o incolori, adoperata per la fabbricazione di vernici o per ottenere particolari effetti decorativi. La lacca viene ricavata dalla resina di colore grigio-rossastra della pianta di rhusverniciflua. In cinese, tale pianta è chiamata col nome di “qishu”, ossia un albero che vive circa 20 anni e che in estate viene inciso con tagli paralleli ad intervalli regolari per prelevare dalla corteccia la linfa.

Una volta raccolta, la resina viene fatta fermentare e successivamente viene depurata tramite una serie di filtraggi attraverso stoffe di canapa e sottoposta ad una lenta ebollizione. Questo processo di raffinazione può richiedere molti mesi e, una volta completato, la lacca verrà usata per la decorazione o la fabbricazione di oggetti d’arte e altri prodotti tipici dell’artigianato dell’Estremo Oriente.

La Purificazione

Dalla linfa ottenuta dall’albero vengono filtrate le impurità poi, lentamente, l’acqua contenuta evapora.
Questo processo serve a produrre la stagionatura che genera la viscosità, lucentezza e trasparenza, caratteristiche di un prodotto di qualità.

L’albero del qishu, che prima si trovava solo in Cina, oggi lo si può trovare anche in Giappone, in Corea e nell’Annam. Non si deve confondere questa resina con la gomma lacca dell’india, del Cylon e della Birmania che viene invece prodotta da un insetto arboricolo,
La lacca viene tinta di nero tramite aggiunta di nero fumo o solfato di ferro, o di rosso con il cinabro (solfuro naturale di mercurio). Nell’antichità, questa vernice protettiva veniva passata su ogni tipo di oggetto (vasellame, ciotole, piatti, strumenti musicali, mobili, armi, oggetti rituali ecc.).

Gli oggetti, una volta laccati, potevano essere decorati con varie tecniche (dipinti, scolpiti, incisi, incrostati, incavati e poi dipinti).

Il supporto

Il supporto di base poteva essere di qualsiasi materiale. Il più usato era il legno di pino che veniva oliato, e sul quale non sempre veniva applicata una tela di canapa o di ramie (la ramie, o rami-è, è una fibra tessile ricavata da una specie di ortica. Usata da migliaia di anni nell’estremo oriente, è una fibra bianca, fine e lucente. I cinesi la utilizzavano molto tempo prima che il cotone fosse introdotto in oriente).

Su una forma di argilla o di gesso veniva applicata della tela che era laccata e lasciata ad asciugare. Queste applicazioni di tela e lacca venivano ripetute a più riprese fino a raggiungere lo spessore ottimale. Questi supporti erano durevoli e più leggeri del legno, e una volta pronta la forma veniva passata a 10 artigiani che se la passavano ognuno per la propria competenza.

Le varie fasi

Il primo preparava l’apprettatura per stendere su di esso un rivestimento fatto di vernice mista a ceneri di ossa carbonizzate. Una volta asciugata, si passava ai laccatori che a loro volta passavano uno strato dopo l’altro. Ognuno di questi strati veniva poi fatto asciugare lentamente per circa una settimana in un ambiente umido e buio al riparo dalla polvere (sui laghi, all’interno di fosse o nelle stive).
Quando ogni strato si era asciugato veniva sfregato con pietra pomice o con carbone di legna, poi levigato e lucidato a mano. Questa operazione veniva ripetuta ogni otto giorni.
Per l’ultimo strato interveniva il laccatore, che poteva anche essere un doratore molto esperto. Dopo altri otto giorni potevano intervenire gli artisti, il pittore e l’incisore (per le firme e le iscrizioni) e, per ultimo, il lucidatore.

Decorazione

Tutto il lavoro eseguito per la laccatura era essenziale per giungere alla fase finale, ossia quella della decorazione. Sulla lacca indurita era possibile dipingere, scolpire, intagliare, incidere, la si incavava per dipingere o la si incastonava con dell’argento, della madreperla o con motivi in avorio, lapislazzuli, carapace di tartaruga ecc.
Dal IV sec. a. C. si diffuse la consuetudine di laccare di nero l’esterno e di rosso le superfici interne (scatole, piatti, ciotole ecc.). Il rosso è sempre applicato sul nero ma mai il contrario.

La lacca giapponese

In Giappone, l’albero della lacca è chiamato col nome di “urushi”, e con tale termine viene identificata la lacca giapponese stessa, considerata la più pregiata di tutto l’oriente.
La storia della lacca giapponese risale al periodo Jomon (14000 a.C. – 300 a.C.).

Alcune tecniche di lavorazione della lacca:

1) Procedimento e tecnica “gui” (tecnica nata in Cina e in seguito ripresa dai giapponesi): consiste in una sovrapposizione di una dozzina di lacche alternate al rosso cinabro e nero, che veniva una volta indurita intagliata con uno scalpello a taglio obliquo e lama inclinata. L’effetto che ne veniva fuori era di un arcobaleno a disegni sinuosi e geometrici.

2) Lacche scolpite rosse su un’unica anima di legno si praticavano con cura degli incavi dello spessore della lacca in corrispondenza delle zone che contornavano i motivi decorativi in precedenza disegnati, dando così un effetto a rilievo.

3) Tecnica del “pingtuo”: si trattava di sottili fasce ricavate da fogli d’oro o d’argento che si applicavano sul supporto laccato e che erano poi coperti da diversi strati di vernici trasparenti.

4) Tecnica della “lacca secca”: questa tecnica permette di fare grandi statue leggere da trasportare, e consiste nel sovrapporre su uno stampo di legno o di argilla diversi strati di tessuto (canapa) impregnati di lacca unita a volte ad argilla o polvere di carbone di legna.

5) Lacca incisa e colorata, la tecnica si basava sul fare su uno spesso strato di lacca levigata di color rosso o arancione chiaro dei motivi decorativi (paesaggi, draghi, viticci, personaggi ecc,)i quali venivano asportati e riempiti di lacca colorata (verde, ocra, rosso cinabro e nero) e levigati inseguito con la pietra pomice. Le linee esterne e alcuni particolari erano incisi prima di ricevere un sottile filo d’oro traslucido che lasciava intravedere l’incisione.

Per quanto riguarda le tecniche più praticate in Giappone, sicuramente di particolare interesse data la loro rilevanza, sono le tecniche del “maki-é”, considerate tra le più pregiate e raffinate tra le varie tecniche di lavorazione della lacca. In generale, il Maki-é consiste nello spruzzare della polvere d’oro o d’argento mediante una cannuccia di bambù nella lacca. In seguito l’oggetto era lucidato sino ad ottenere una superficie liscia e lucida.

1) Hira-maki-é (maki-é piatto): dopo aver eseguito il disegno sulla lacca “urushi” (molto pregiata) usando la tecnica sopra descritta si leviga la superficie con del cotone assorbente imbevuto della lacca, infine lustrato passandoci il carboncino.

2) Togidashi-maki-é (maki-é imbrunito): la base in lacca “urushi” viene spolverata di oro e argento secondo un disegno predefinito. Dopo una fase di essiccatura della base, si procede a stendere uno strato finale di lacca “urushi”. Quando questo è ben asciutto si procede a lucidare la superficie fino alla comparsa del disegno. Si dice che questo sia il metodo originale makie.

3) Taka-maki-é (maki-é a rilievo): questa è una tecnica molto complessa, in cui uno strato trasparente di lacca viene mescolato con polvere di carbone o altre particelle di minerali in modo tale da aumentare la viscosità della lacca. Sulla superfice di questo primo strato, viene applicato un motivo decorativo a rilievo. A seguire, vengono applicati ulteriori strati di lacca, e una volta asciugati tutti gli strati, si applica all’ultimo strato la stessa tecnica applicata per l’Hira-maki-é.

Link

Link sulla lavorazione della lacca e sulla lacca giapponese (testo + foto) —> http://www.cultorweb.com/Urushi/UC.html
Link rhus verniciflua (testo + foto )— > https://en.wikipedia.org/wiki/Toxicodendron_vernicifluum
Link foto operaio che incide e raccoglie lacca dall’albero—> https://sites.google.com/a/japanjoboji.com/home/english?tmpl=%2Fsystem%2Fapp%2Ftemplates%2Fprint%2F&showPrintDialog=1
Link lacca che fuoriesce dall’albero—> https://stefos-art.jimdofree.com/english/urushi-tree-and-exploitation/
Link foto pianta ramie —> https://www.archivitessili.biella.it/eventi-e-bibliografia/155-ramia-ramie/
Link foto tessuto ramie —> https://woolery.com/ramie-top.html
Link su storia lacca (informazioni generali) —> https://www.tuttocina.it/fdo/lacche_cinesi.htm​

Francesca Maria Quarato
Laboratorio di Restauro e Conservazione