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Il fondo asiatico del Pigorini

I circa 15000 oggetti che costituiscono il fondo asiatico del Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” si devono per la maggior parte ad acquisti e doni di diplomatici, viaggiatori, commercianti, studiosi ed artisti presenti in Oriente intorno alla fine del XIX secolo. Le collezioni principali provengono da Giappone, Cina, Birmania, Tibet, India e comprendono oggetti di culto e di uso quotidiano, vasellame, utensili preistorici e protostorici, bronzi, lacche, armi e armature, strumenti musicali, sculture, tessuti, dipinti, xilografie, libri, fotografie.

Negli anni 1976-77 il Museo fu trasferito dall’originaria sede del Collegio Romano all’attuale sede dell’EUR [Storia].

L’imballaggio, a volte estremamente sommario, in casse di legno e di cartone contenenti paglia adottato allora per il trasporto divenne purtroppo una “sistemazione” degli oggetti che perdurò per molti anni. Infatti solo nel 1990 si è potuta iniziare una operazione sistematica di revisione del materiale che, in alcuni casi, ha assunto l’aspetto di un vero “scavo” nel Museo.

Durante la revisione, parallelamente al riscontro inventariale si procedeva ad un’operazione di rilevamento dello stato di conservazione degli oggetti e di primo intervento conservativo mirante ad arrestare i danni che purtroppo si erano verificati a causa di collocazioni inadeguate e di protezioni precarie o inesistenti (rimozione dei depositi di polvere, riassemblaggio provvisorio di elementi staccati, realizzazioni di supporti e di contenitori idonei alla conservazione).

Il rilevamento sistematico della collezione ha permesso l’individuazione di oggetti o classi di materiali con problemi di degrado particolarmente rilevanti sui quali intervenire con un restauro vero e proprio.

Il criterio guida che ha determinato le priorità di intervento è stato quello di privilegiare i materiali sui quali il primo intervento conservativo risultasse insufficiente o addirittura impossibile per il tipo o l’entità dell’alterazione in atto.

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La collezione orientale, che, per quanto riguarda i manufatti di origine organica che presentavano in molti casi problemi di biodeterioramento, è stata sottoposta a trattamento di disinfezione/disinfestazione con ossido di etilene, è oggi conservata in depositi differenziati: i materiali più delicati quali i dipinti e/o stampe su carta e seta, i tessuti, i volumi cartacei, sono conservati in ambiente climatizzato a 18°C e 50% di umidità relativa; gli altri, in particolare pietre dure preziose o semipreziose, oggetti e sculture in metallo, ceramica, porcellana sono collocati in depositi interni il cui clima, monitorato per lungo periodo, è risultato accettabilmente costante.

La scultura in bronzo dorato, insieme ad altri oggetti di provenienza cinese, entrò a far parte delle collezioni del Museo nel 1907, quando Luigi Pigorini acquistò dal Sig. Arturo Cattaneo una raccolta non molto cospicua ma preziosa, di manufatti in bronzo, porcellana e cloisonné. Tra le figure spicca per pregio e dimensioni, la statua in bronzo laccato e dorato di epoca Ming  (1368-1644) raffigurante Xuan Tian Shangdi, Supremo Signore del Cielo Nero noto anche come Imperatore del Nord, Bei Di, divinità legata, nella religione popolare cinese, a culti esorcistici. La statua, alta 72 cm e larga 61 cm, raffigura l’Imperatore in posizione seduta vestito di una pesante armatura, con ai piedi i suoi emblemi: una tartaruga ed un serpente.

L’intervento di restauro e le indagini diagnostiche hanno messo in luce la presenza di numerose ridipinture stratificate sopra la finitura originale che celano decorazioni dipinte, incise ed in rilievo che impreziosivano e arricchivano l’opera con effetti plastici. La sapienza esecutiva, ripetutamente occultata nei secoli dall’esigenza di un continuativo uso cultuale, è risultata visibile soltanto in piccole porzioni e solo dopo la rimozione di un corposo e tenace strato di sporco ed in corrispondenza delle cadute delle sovrammissioni. Il fascino misterioso della riscoperta dei dettagli decorativi, ha indotto ad approfondire la conoscenza dell’opera attraverso indagini non distruttive o microdistruttive per svelare la complessità e la composizione degli strati sovrammessi e per indagare lo stato di conservazione dell’opera al di sotto degli ultimi rifacimenti.

L’esplorazione di strati subsuperficiali in riflettografia IR ha reso visibili particolari decorativi non percepibili in luce normale e ha consentito di osservare, soprattutto dove mancava o si assottigliava la pesante ridipintura bruno verdastra più recente, strati metallici ancora parzialmente conservati. Interessantissimi risultati sono stati ottenuti dalle stratigrafie su sezioni lucide completate da analisi al SEM-EDS eseguite per aree e per punti secondo la successione stratigrafica. I microcampioni, prelevati da aree diverse (incarnati, armatura, bordature delle vesti, stola, capigliatura) hanno evidenziato una complessa ed articolata successione di strati preparatori, metallici e di finitura, alternati a depositi di colore scuro, presumibilmente impurezze e sporco depositati sulle superfici poi divenute substrato delle successive ridipinture. (Luciana Rossi)