Seleziona una pagina

La necropoli del Caolino

Oggetto: Imbarcazione monossile in legno di quercia
Provenienza: Necropoli del Caolino, Sasso di Furbara (Cerveteri, Roma)
Datazione: Prima età del Ferro (VIII sec a.C.)
Inventario: 166054

La zona del Sasso di Furbara costituisce una propaggine dei Monti della Tolfa, facilmente raggiungibile sia dalla costa che dal lago di Bracciano. Nell’VIII sec. a.C. era disseminata di piccoli abitati, analogamente alla fascia costiera da Santa Severa fino a Civitavecchia e al territorio lungo il Mignone: con lo sviluppo di Caere (Cerveteri) nel corso del VII sec. a.C., la regione rientrò nell’orbita culturale del grande centro etrusco. Facili itinerari interni consentivano di raggiungere la valle del Tevere, controllata da Veio.

La necropoli villanoviana del Caolino fu individuata nel 1951 sulla sommità di una collinetta nel versante settentrionale del Monte Sughereto, scoperta in seguito ai lavori di estrazione del particolare tipo di argilla cui deve il nome. La maggior parte delle tombe recuperate, 42 in tutto databili tra il 750 e il 700 a.C., erano a inumazione in fossa e a deposizione singola. Fanno eccezione una sepoltura bisoma, alcune fosse vuote e tre casi di cremazione in pozzetti di grandi dimensioni.

Di norma le fosse avevano un orientamento est-ovest, erano profonde e presentavano un riempimento di sassi e segnacoli lapidei in superficie. Le modalità di sepoltura prevedevano normalmente la posizione supina del defunto, la presenza di un fondo ligneo (corteccia o tronco di albero svuotato), di pietre poste l’una accanto all’altra intorno al defunto e di un masso più grande posto in prossimità del cranio e uno più piccolo all’estremità opposta. I corredi funebri presentano scarso vasellame, e sono spesso caratterizzati da una fuseruola o un vasetto con alcune fibulette presso il cranio, una coppia di fibule con anelli da sospensione fissate alle spalle, qualche piccola fibula lungo il corpo, alcune perla di pasta vitrea sul torace e un anello di bronzo presso il piede. Nelle tombe più ricche sono presenti altri elementi, spesso in materiali preziosi, come ad esempio orecchini in oro o argento o scarabei in ambra, faïence e avorio. Eccezionale la presenza nella tomba 4 di una sorta di lente in cristallo di rocca di forma piano-convessa, perfettamente molata e di buona trasparenza dagli innegabili effetti ottici di ingrandimento e concentrazione della luce.

I materiali trovano puntuali confronti sia con quelli di Tarquinia sia con quelli di Veio.

La barca cenotafio (tomba n. 42)

 

Del tutto insolita la presenza nell’area della necropoli di una particolare “sepoltura”, contrassegnata in superficie da una grossa lastra di pietra palombina. La fossa, rettangolare, conteneva non resti umani ma un’imbarcazione monossile lunga circa 3 metri ricavata da un tronco di quercia. Come nel resto della necropoli essa era riempita di sassi intorno, dentro e al di sopra della barca, fatto che suggerisce una deposizione in memoria di un personaggio di spicco del villaggio forse morto affogato.

Purtroppo si trattò di un ritrovamento fortuito durante lavori di ampliamento della casa del guardiano. Scambiata inizialmente per una vecchia mangiatoia e ritenuta d’intralcio per il prosieguo dei lavori, l’imbarcazione, che si era mantenuta integra nei secoli, fu fatta a pezzi. Nel fondo erano adagiati vari strati di tessuto che, ahimè, subirono la stessa sorte del natante. Sentita la notizia il marchese Patrizi, appassionato di archeologia e promotore delle ricerche nella necropoli, cercò di recuperare tutto il materiale ligneo possibile e i frammenti di stoffa dispersi nel terreno circostante.

In realtà questi frammenti, per quanto piccoli, costituiscono uno dei corpus di tessuti dell’età del ferro più importanti fra quelli noti in Italia, sia per la varietà e sia per la qualità della lavorazione, a partire dalla preparazione e filatura della lana, per arrivare a complesse tipologie di intrecci. Troviamo diversi tipi di tele e saie, tra cui saie a diamanti, ma su tutti spiccano  la varietà e la complessità dei bordi tessuti a tavoletta. Inoltre, non avendo subito mineralizzazione nel tempo, i frammenti conservano intatti i pigmenti del colore che all’atto del ritrovamento conservavano intatta la loro vividezza, descritta dal fortuito scopritore come “un verde forte, un rosso vinaccia e un altro scuro”.

Nel 2017 è stata avviata una nuova esaustiva indagine scientifica, in collaborazione con l’Università di Cambridge, promossa dalla prof.ssa Margarita Gleba, nel corso della quale si è proceduto ad una completa analisi strutturale dei tessuti, una nuova campagna fotografica, anche al microscopio, nuove datazione al radiocarbonio e analisi per l’identificazione delle fibre e delle tinture. Si è quindi provveduto ad attuare un nuovo metodo di conservazione dei frammenti tessili, studiato e messo a punto con la restauratrice Alessandra Montedoro e l’arche-sperimentatore Ettore Pizzuti. Quest’ultimo ha dato un’importante contributo per la ricostruzione sperimentale delle tecniche a tavoletta utilizzate per i bordi dei tessuti. Tutta la ricerca sarà oggetto di una prossima pubblicazione monografica.

L’arrivo al Museo Pigorini

 

L’imbarcazione, i frammenti di tessuto e i 4 piccoli oggetti lignei trovati anch’essi all’interno dello scafo, furono inizialmente conservati presso l’Antiquarium costituito dal marchese Patrizi nella sua tenuta al Sasso di Furbara.  Nel 1962 risultano concessi in prestito al Museo Nazionale preistorico etnografico “Luigi Pigorini” dalla vedova Giulia Carrega Patrizi per la “Mostra della preistoria e protostoria del Lazio” allestita nella nuova sede dell’EUR in occasione del VI Congresso Internazionale di Scienze preistoriche e protostoriche. Detta mostra fu concepita dall’allora Soprintendente Claudio Pellegrino Sestieri come sala permanente del nuovo allestimento e molti degli oggetti ivi esposti, prestati anche da altre istituzioni pubbliche, restarono nel tempo a far parte delle collezioni del museo. Nell’edizione del 1964 della guida della preistoria e protostoria del Lazio redatta da Sestieri troviamo citati i resti dell’imbarcazione fra i manufatti presentati nel “grande vestibolo” che precedeva al secondo piano la mostra della preistoria mentre, nell’edizione del 1975, dell’imbarcazione non vi è più traccia.

Nell’archivio del Museo delle Civiltà si conserva un interessante carteggio di quel periodo (1974/75), contenente scambi epistolari fra la marchesa, il Soprintendente al Museo Pigorini Ornella Acanfora e il Soprintendente alle Antichità dell’Etruria meridionale Mario Moretti atti a chiarire la proprietà ed una possibile restituzione del bene e degli altri piccoli oggetti annessi. Dette vicende ebbero esito solo nel settembre del 1983 quando Giulia Carrega Patrizi donò ufficialmente all’allora Soprintendenza al Museo preistorico Etnografico “L. Pigorini” l’imbarcazione e gli altri manufatti, con l’accordo che si procedesse con  il loro restauro a fini espositivi.

Nel 1986 il Soprintendente Fausto Zevi scrisse alla Patrizi per confermare il completamento del restauro dell’imbarcazione – necessario a causa dell’essiccazione e torsione subita negli anni dal manufatto – e la sua esposizione sulle strutture metalliche all’uopo create, le stesse che tutt’ora ospitano il natante nelle sale del Museo delle Civiltà.

Nel 2017 sono stati presi contatti con la sig. Maddalena Patrizi, figlia di Giulia, nel corso dei quali  si è giunti all’acquisizione di un ulteriore piccolo lotto di frammenti tessili fra cui, di particolare interesse, un esemplare di una nuovo tipo di bordo a tavolette.

Bibliografia di riferimento

D. BRUSADIN LAPLACE, S. PATRIZI MONTUORO, “L’imbarcazione monossile della necropoli del Caolino al Sasso di Furbara”, in Origini XI, 1977-82, pp. 355-379.

D. BRUSADIN LAPLACE, “Le necropoli protostoriche del Sasso di Furbara III. Il Caolino ed altri sepolcreti villanoviani”, in Origini XVI, 1992, pp. 221-294.

M. GLEBA, “Lo sviluppo delle fibre di lana nell’Italia preromana”, in M. S. Busana e P. Basso (a cura di), La lana nella Cisalpina romana: economia e società, Padova 2012, pp. 351-363.

M. GLEBA, Textiles in Pre-Roman Italy: from qualitative to quantitative approach. Origini XL, 2017, pp. 9-28.

L. MAMEZ, H. MASUREL, “Étude complémentaire des vestiges textile trouvés dans l’embarcation de la nécropole du Caolino à Sasso di Furbara”, Origini 16, 1992, pp. 295-310.

H. MASUREL, “Les vestiges textiles retrouvés dans l’embarcation”, in Origini XI, 1977-1982, pp. 381-414.

A. SERGES,  M. GLEBA, E. PIZZUTI, “Analisi preliminare e ipotesi ricostruttiva del bordo a tavolette rinvenuto al Sasso diFurbara: nuove prospettive di studioo””, Archeofest 2017: Trame di Storia. Metodi e strumenti dell’archeologia sperimentale, Roma 2019, pp. 157-171.

C. SESTIERI, Il museo della preistoria e protostoria del Lazio, Roma 1964.