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Storie di sport al MuCiv

Il Museo Pigorini ha recentemente organizzato due piccole mostre sullo sport: la prima, Storie di rugby, tatuaggi e spacca-teste, è stata dedicata ad un’attività sportiva che riscuote grande entusiasmo in Oceania ed in alcuni paesi europei, come l’Italia. L’altra mostra era dedicata al Sumo, lo sport sacro del Giappone. Vogliamo qui illustrare brevemente un altro sport, tipico invece della civiltà islamica, ed in particolare modo dell’Iran e dell’Afghanistan.

Prima però di soffermarci sul gioco del polo nella civiltà islamica, sembra opportuno descrivere brevemente come questo sport, frutto e risultato di uno sviluppo millenario, venga esercitato in epoca moderna e quali siano le sue regole.

Introdotto in Inghilterra dall’India nel 1869, si gioca oggigiorno nei paesi occidentali fra due squadre di quattro cavalieri ciascuna. Con l’aiuto di un’apposita stecca essi cercano di sospingere una palla di legno e di mandarla nella porta avversaria. Il campo da gioco è un terreno erboso piano, quadrangolare, lungo sino a 275 m e largo sino a 180. Al centro dei lati più corti sono collocate le porte, formate da due pali distanti l’uno dall’altro 7,5 m. L’attrezzo utilizzato dai giocatori è una mazza di legno a testa piena sulla quale è fissata una stecca con l’impugnatura ricoperta di cuoio, lunga ca. 1,3 m. La squadra che riesce a far passare la palla attraverso i pali della porta avversaria segna un punto a proprio favore. Ogni partita ha una durata di cinquantasei minuti, suddivisi in sette tempi di otto minuti ciascuno. La difficoltà del gioco consiste nel conciliare il rispetto delle regole, concepite in modo da minimizzare il rischio di collisioni pericolose tra i partecipanti, con una grande rapidità di svolgimento: tutto ciò richiede al cavaliere grande abilità nell’equitazione. Il diritto di colpire la palla è riservato ai giocatori che provengono da determinate direzioni; è inoltre proibito lanciare la palla tra le gambe dei cavalli, cavalcare a zig-zag e tagliare la strada a giocatori in possesso della palla. I cavalli, spesso ponys, sono particolarmente addestrati a reggere gli scatti e le frenate continue che il gioco richiede.

Storia e fonti letterarie

Paese d’origine del gioco del polo fu probabilmente l’Iran, dove questo sport viene chiamato čawgān, mentre il suo nome moderno –  polo – risale al tibetano bolo, che significa palla. Dall’Iran il gioco del polo si diffuse in Cina, Egitto e Turchia; furono i mongoli a portarlo in India da dove raggiunse nell’Ottocento l’Inghilterra ed il mondo occidentale.

Secondo le fonti veniva praticato già nel IV secolo a.C. alla corte di Dario III. Più sicura sembra comunque una sua datazione al periodo sasanide, di cui danno testimonianza numerose descrizioni e citazioni nell’epos e nella letteratura persiana, ambientate nell’epoca eroica prima dell’avvento dell’Islam. Il gioco veniva normalmente disputato a cavallo, molto più di rado a piedi. Il numero dei partecipanti variava considerevolmente: quello classico era di quattro cavalieri in ciascuna squadra per evitare una mischia pericolosa (Qābūsnāma); viaggiatori occidentali ci danno però notizie di squadre di quindici o anche venti giocatori. Di questi, i più esperti si piazzavano al centro del campo, mentre paggi a piedi con stecche di ricambio si tenevano pronti ad intervenire per sostituire quelle spezzate. La fattura e la lunghezza della stecca subirono evoluzioni e cambiamenti nel corso del tempo, come testimoniato dalle fonti e da numerose miniature.

La musica di trombe e tamburi accompagnava la partita, come avviene ancor oggi durante la corrida in Spagna. All’inizio della partita un giocatore lanciava la palla in aria, il più in alto possibile; la competizione si svolgeva poi nel tentativo di impadronirsene e di sospingerla nella porta avversaria. La fonte scritta più antica che menzioni il gioco è data dal romanzo storico Kārnāmaġ- ī Ardašīr- ī  Pābhaġān (Gesta ed imprese di Ardašīr), scritto nel VII secolo e modello per numerosi rifacimenti letterari. Uno di essi è il famoso poema epico Sāhnāma (Libro dei re) di Firdawsī (scritto intorno all’anno 1010), in cui si narra la storia mitica delle quattro dinastie persiane prima dell’invasione islamica nel VII secolo. Oltre alla famosa descrizione della partita di Siyāvuš, vi è quella della partita a piedi organizzata dal re Ardašīr, per scoprire fra cento ragazzi il figlio mai conosciuto. Un’altra bella descrizione si trova nel romanzo d’amore usraw va Šīrīn di Nizāmī (ca. 1203), in cui il re e la principessa armena Šīrīn disputano una partita guidando ciascuno una squadra femminile.

Tra i viaggiatori occidentali che abbiano lasciato testimonianze e descrizioni del gioco del polo in oriente spiccano due autori,  Antony Sherley e John Chardin. Il primo visitò la corte di Šāh ‘Abbās a Isfahān alla fine del Cinquecento. Nel suo breve racconto di questo gioco di grande difficoltà, due squadre di sei giocatori ciascuna si affrontavano afferrando stecche dal lungo manico non più spesse di un dito, mentre i cavalli ne erano così ben addestrati che correvano dietro la palla come gatti.

La descrizione di Chardin dal secolo seguente (ca. 1675) riferisce qualche differenza tecnica: la stecca era adesso così corta che i cavalieri devono piegarsi sotto il livello del pomo … e colpiscono la palla al galoppo; inoltre la partita veniva disputata da due squadre di 15 o 20 giocatori ciascuna.

Il campo da gioco: il maydān

Il campo da gioco consisteva in una piazza quadrangolare di vaste dimensioni. Facevano parte dell’ippodromo anche le tribune, le scuderie, le condutture per l’acqua, gli abbeveratoi, i padiglioni per gli addetti all’organizzazione nonché tutta una serie di installazioni necessarie per poter garantire al pubblico il più confortevole godimento dello spettacolo.

I califfi abbasidi, ed in modo particolare i sultani mamelucchi, corredavano i loro stadi di magnifici ambienti accessori, come stanze per il riposo, sale da pranzo, bagni caldi e profumati ed altri luoghi di piacere, dove la nobiltà potesse riposarsi dopo i faticosi esercizi ippici. Il maydān, come veniva chiamato l’ippodromo, non serviva solo al gioco del polo, bensì anche alle corse (sibāq), al maneggio, ai caroselli, ai tornei di corte, alle sfilate e parate militari e ad altre attività sportive che oggigiorno definiremmo paramilitari. Tutti questi sport infatti, incluso il polo, vennero praticati non solo per divertimento ma anche e forse principalmente come esercitazioni militari. Per questo motivo tutte le maggiori città-guarnigione possedevano uno o più ippodromi.

Secondo al-Maqrīzī (morto nel 1442) il re copto Minaqiyūš fu il primo a costruire ippodromi (mayādīn) a Santaria in Egitto. Campi sportivi per giochi ippici hanno comunque in oriente una tradizione ben più antica, basti pensare agli ippodromi d’epoca romana imperiale ad Alessandria, Bosra, Cesarea e Gerasa, che hanno però una pianta diversa da quelli costruiti successivamente, essendo la pista più stretta ed i lati brevi uno diritto e l’altro curvo.

Interessante in questo contesto è una supposizione di Müller riguardante l’ippodromo di Gerasa. Secondo l’archeologo americano la parte settentrionale dell’ippodromo sarebbe stata trasformata in un campo da polo durante l’occupazione sasanide, dopo l’anno 614 d.C. Lo studioso ritiene infatti di poter riconoscere una porta in due blocchi di pietra distanti 3 metri l’uno dall’altro. Autori come al- Ṭabarī ed al-Ya‘qūbī (ambedue del IX sec.) ci hanno lasciato qualche notizia interessante sui mayādīn califfali a Baghdad. Due ippodromi di pianta particolare corredavano il palazzo del califfo al-Mu‘taṣim (833 d.C.) detto Ğawsaq al- aqānī nella città senza confini Sāmarrā: un campo era a forma di bottiglia, l’altro di quadrifoglio. Nel Cairo, durante la dinastia mamelucca dei Bahridi, ne esistevano perfino sette costruiti tra il XIII ed il XIV secolo. Doverosa infine è la citazione del campo da polo più famoso del mondo, il Maydān-i Šāh, ad Isfahān, creato da Šāh ‘Abbās il Grande all’inizio del Cinquecento, che appare tuttora incorniciato dalla più splendida architettura safavide.

Il gioco del polo come metafora

In numerosi esempi della letteratura persiana il polo viene utilizzato metaforicamente per raccontare le vicissitudini della vita, delle sue speranze e delusioni, della morte e dell’amore divino. Grandi poeti come ‘Umar Ḫayyām e Nizāmī si avvalgono di immagini di questo sport per il loro linguaggio figurato. L’opera più emblematica è Gūy o Čawgān (La palla e la stecca di polo) o Libro dell’estasi composto negli anni 1438-9 da ‘Ārifī. Nel poema mistico l’amore di un derviscio verso un bel principe asiatico si traspone come metafora in quello della palla (gūy) per la stecca da polo (čawgān). Come la stecca lancia in alto la palla, il principe innalza l’anima del derviscio. I due piani della trama si fondono alla fine, quando il derviscio in estasi esala l’ultimo respiro per la grazia ricevuta di poter cogliere la palla dell’amato. Suggestiva la fine dello scritto di ‘Ārifī: ogni notte che concepivo il poema, sono stato talvolta luna piena, talaltra mezzaluna, che vuol dire che il mio pensiero, il mio corpo e la mia anima erano talvolta palla talaltra stecca.

Il gioco di polo nell’arte islamica

Il polo è una delle attività sportive più frequentemente raffigurate nell’arte musulmana. La sua rappresentazione figura su oggetti di particolare pregio quali manoscritti, metalli incrostati in argento e ceramiche di lusso, prodotti artistici destinati alle classi sociali abbienti di cui illustravano uno dei passatempo preferiti.

Il Museo d’Arte Orientale possiede un piccolo ma rappresentativo numero di queste creazioni singolari. La loro esposizione non vale soltanto a descrivere qualche aspetto di questo sport particolare, ma – cosa di gran lunga più importante – getta luce sulle consuetudini della raffinata civiltà islamica.

Vorrei ora concludere la breve rassegna sul polo con un saggio consiglio del grande Nizāmī: l’orizzonte sarà il limite del tuo campo di polo, la terra la palla nella curva della tua stecca. Sino al che la polvere della non-esistenza si innalzi dall’annientamento galoppa e sprona il tuo cavallo perché il campo è tuo.

                                                                                                        

Bibliografia

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