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La testa del Buddha in stile Ayutthaya

La presentazione del restauro

L’8 maggio 2019 è stata inaugurata la mostra “Antico Siam. Lo Splendore dei Regni Thai” al Salone delle Scienze del Museo delle Civiltà – museo preistorico etnografico “Luigi Pigorini” all’EUR. Manifestazione nata per festeggiare la ricorrenza dei 150 anni del Trattato e la continuità dei rapporti di amicizia tra le due nazioni.
Le opere esposte hanno illustrato i diversi aspetti della creatività e della cultura delle genti che nel corso dei millenni abitarono le regioni dell’odierna Thailandia, coprendo un arco cronologico che va dall’inizio dell’Età neolitica (ca. 2200-1100 a.C.) al 1911, anno in cui nell’Esposizione Internazionale di Torino il Siam mostrò per la prima volta gli elaborati della propria produzione artistica e industriale.
La mostra, oltre a proporre nel percorso le opere delle collezioni di arte thailandese del Museo delle Civiltà, è stata arricchita da prestiti di manufatti provenienti da altre collezioni di arte Thai o collegate a figure di eminenti italiani che operarono in Thailandia nei decenni che seguirono il trattato. Tale iniziativa ha permesso quindi di valorizzare e riscoprire sotto una nuova luce il patrimonio di arte Thai presente nelle collezioni del Museo delle Civiltà e di divulgare le attività di indagine archeologica condotte dall’ISMEO in Thailandia, anche grazie al sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Un po’ di storia

Il 3 Ottobre del 1868 venne firmato tra i plenipotenziari Vittorio Emanuele II, con il titolo di Re d’Italia, e Phra Paraminthra Maha Chulalongkorn-Rama V, Supremo Re del Siam, un trattato solenne di amicizia e commercio, il primo mai stabilito tra i due giovani Paesi. Il Trattato acquistò ulteriore peso e forma quando venne approvato dopo poco tempo dalla Camera dei Deputati del Regno d’Italia nella seduta del 18 febbraio 1869. Questo atto aprì la via a una numerosa schiera di italiani chiamati dal giovane sovrano Rama V a concorrere al rinnovamento del Siam (definito poi con il nome di Thailandia a partire dal 1932) nei diversi campi dell’architettura, dell’assetto urbano, dell’arte, del commercio, dell’ingegneria civile e delle comunicazioni, dell’amministrazione dello stato e dell’esercito.
Particolarmente importante, tra i documenti storici esposti è stato l’originale del Trattato di Amicizia e Commercio del 1868, per gentile concessione dell’Unità di Analisi, Programmazione, Statistica e Documentazione Storica della Segreteria Generale del MAECI.

Tra il XIV e il XVIII secolo la città di Ayutthaya, definita successivamente la Venezia del Siam, per i numerosi templi e i canali da cui era percorsa, era un grande centro cosmopolita.
Un ricco e prospero centro internazionale, realizzato grazie ad una politica di accoglienza e di scambio commerciale attuato dai sovrani siamesi, che vide per lungo tempo ed in contemporanea, la presenza di diverse comunità cinesi, persiane, indiane, giapponesi, malesi, olandesi, portoghesi, che si insediarono nella città.
Phra Narai detto il grande (1656-1688), incrementò questa politica per tutto il periodo del suo regno, mandando inviati alle corti più importanti del tempo come quelle di Francia, Persia, Roma, Cina e Portogallo e India moghul.
Grazie a questi scambi culturali tra Francia (Luigi XIV), santa Sede (Clemente IX – Innocenzo XI) e la capitale del Siam, fu creato in quell’arco di tempo un clima di libertà di culto in un aperto e continuo confronto sociale e artistico.
Per sottolineare l’importanza di questo fervore culturale, come riportato in modo significativo nel catalogo dei curatori della mostra Roberto Ciarla e Fiorella Rispoli la delegazione siamese inviata da Phra Narai alla corte di Luigi XIV prima e a Roma da Papa Innocenzo XI poi – formata dal gesuita Guy Tachard (1651-1712) e da tre mandarini di alto rango – fu ritratta dal pittore Carlo Maratta (1625-1713) in un quadro già nella collezione di palazzo Odescalchi a Roma, rivelando in modo inequivocabile il desiderio di suggellare per sempre l’evento da parte del papato.

L’importanza della città, dovuta alla prosperità di questi regni thai, non è certamente passata inosservata agli storici dell’arte occidentali. Nel corso di un viaggio in Cina intrapreso nel 1980 da Cesare Brandi (1906-1988), fondatore e Direttore dell’Istituto Centrale del Restauro volle visitare proprio la grande città di Ayutthaya.
Nel libro – racconto, di questo viaggio, intitolato ‘Buddha sorride’ lo storico dell’arte ricorda, tra le righe, «il verde inglese, i fiori azzurri ….e la magnificenza decaduta dei templi in rovina, con i numerosi mucchi accantonati per strada».
Un concerto di impressioni culminanti con la sua visita al museo Nazionale Chao Sam Phraya della città. Nel museo, l’attenzione viene rivolta alla statua di un grande Buddha, seduto all’occidentale (estremamente raro), che lo porta ad un impossibile parallelo con le statue greche di Olimpia.

La testa del Buddha

Nella sezione seconda della mostra, dedicata all’età classica dei regni Thai di Sukhothai, Lanna e Ayutthaya, compresi tra il 1300 e il 1782, è stata esposta una testa di Buddha in stucco di stile Ayutthaya.
Stile che racchiude in sé l’influenza dell’arte delle scuole fiorite nella thailandia centrale e meridionale in quel periodo.
La testa, tra le più antiche presenti, è datata tra il XVI e il XVII secolo.

Testa del Buddha
Stucco dipinto e dorato, vetro, madreperla
Thailandia settentrionale,
XVI-XVII secc., stile Ayutthaya
Muciv- maor inv. 2017.979,
Dono Carmelo Dinaro

Questa testa del Buddha, dall’ovale color avorio, gli occhi allungati e lo sguardo rivolto verso il basso, è arricchito da intarsi in madreperla e vetro blu. Le sopracciglia continue delineate graficamente con un colore bruno e labbra rosse sono atteggiate ad un leggero sorriso. Le orecchie, in parte spezzate, mostrano lobi molto allungati, quale ‘segno’ di rinuncia del Buddha alla vita mondana. Un nastro liscio e dorato separa la fronte dalla capigliatura a riccioli in forma di chiocciola di un colore blu cupo, realizzati con l’uso di piccoli stampi, culminanti in un piccolo rialzo chiamato ushnisha.
Una cavità ancora presente sulla sommità del capo dimostra che anticamente la testa era sormontata da un elemento a fiamma (rashmi), peculiarità dei Buddha. In basso sul collo sono visibili le tre linee, segno di bellezza, oltre che di buona fortuna e prosperità.
La testa doveva appartenere a una statua a grandezza naturale, in posizione stante o assisa e nel ‘gesto del contatto con la terra’ (bhumisparshamudra), un’icona del Buddha che illustra l’episodio della ‘vittoria su Mara’ (maravijaya), il dio della passione e della morte, evento che precede il momento dell’Illuminazione (bodhi).

Lo stato di conservazione

Il ritratto in stucco di Buddha, unica parte residuale di un intero – si mostrava in discreto stato di conservazione; il nucleo interno e gli strati esterni erano solidali tra loro ed in buono stato adesivo e coesivo, nonostante il fatto che l’opera avesse subito un evento violento e dannoso, che ne aveva causato la separazione delle parti con rottura e distacco della testa.
Possiamo pensare che la scultura fosse posta in un luogo esterno, o non riparato: lo dimostra l’utilizzo di materiali derivati dall’edilizia e più resistenti agli agenti atmosferici, come mattoni e polveri quarzose – visibili nel suo nucleo interno, rispetto all’impiego di prodotti ben più deperibili come il legno, il tessuto, l’argilla e il gesso, largamente utilizzati anch’essi nell’area del sud est asiatico.
I numerosi strati esterni, che si sono determinati nel tempo grazie ad una rinnovata e continua opera manutentiva, hanno munito la superficie originale, color avorio, di una preziosa difesa contro gli agenti esterni (vento e pioggia), in una sorta di successivi strati di sacrificio, che hanno difeso e protetto nel tempo l’originale.

La capigliatura a riccioli neri a forma di chiocciola, è stata realizzata mediante l’uso di singoli stampi, tecnica impiegata in genere nell’area del sud est asiatico nella scultura, per dettagli come l’acconciatura e i gioielli. L’utilizzo di questa tecnica a stampo è mostrato dall’amalgama scuro, adoperato per la loro composizione, differente dal resto.
Le piccole impronte circolari, poste sul retro della testa, indicano la pressione esercitata per il loro inserimento. In molte di queste sedi, la presenza della doratura, presume che l’intervento manutentivo realizzato, sia stato successivo alla caduta di quei riccioli. Un recupero conservativo, che non ha previsto in ogni caso, la ricostituzione delle parti mancanti, lasciando in vista i loro vuoti.

L’intervento di restauro

Dopo un’accurata depolveratura con pennelli morbidi di martora, si è proceduto in accordo con le parti, alla rimozione del sottile strato marrone che aveva ricoperto l’intero ritratto. Il deciso contrasto cromatico, tra la tinta marrone, in gran parte caduta, e l’originale, aveva dato modo al resto scuro di dominare, sulle delicate linee del volto.

I saggi di pulitura, mirati al controllo di ogni azione, sono stati realizzati con l’uso di prodotti solvente in soluzioni gelificate. Il sistema gel consentiva di aderire bene alla pronunciata superficie della capigliatura, mentre la sua trasparenza il controllo costante della sua azione.
L’operazione è stata così eseguita con il Vanzan all’1% in EDTA bisodico al 2% per un tempo di contatto di qualche minuto. Il Vanzan composto dalla gomma Xantano è una fibra per uso alimentare solubile in acqua a temperatura ambiente al 100%, con la quale forma un denso composto omogeneo e trasparente.

Rimosso tutto lo strato marrone, sul collo è comparso un importante inserto in cemento grigio, durissimo e impossibile da rimuovere. Per questo è stato necessario una sua preliminare stabilizzazione e in seguito mimetizzarlo.

La superficie del collo, scabra e rugosa, è stata così isolata con una resina acrilica successivamente ricoperta con un colore bianco.
Bisognava a questo punto scegliere il sistema di integrazione.
Il completamento cromatico della mancanza, si è così rivolto alla selezione cromatica della teoria del restauro di Cesare Brandi.

Una fenomenologia critica, nella quale l’immagine dell’opera d’arte viene restituita (visivamente) – nella sua doppia valenza, estetica e storica – attraverso l’uso selettivo del colore. L’integrazione realizzata a tratteggio (linee verticali) con acquerelli della Windsor & Newton, ha così consentito il riconoscimento ravvicinato della lacuna e la sua perfetta mimesi a distanza.

«Eppure ebbi come il rimorso di non fermarmi in questo straordinario Paese dove Buddha … nonostante tutto … ancora sorride.» Cesare Brandi

Restauro e presentazione a cura di Alessandra Montedoro, Laboratorio di conservazione e restauro del Museo delle Civiltà